Ecologia del costruire: le origini del vespaio aerato

In questo nuovo contributo della rubrica “Ecologia del costruire”, l’architetto Roberto Sacchi riflette sul rapporto tra costruzione, terreno e controllo dell’umidità dall’antichità a oggi.

Roberto Sacchi 28/05/26
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Fin dall’antichità il contatto dell’abitazione con il terreno è sempre stato il primo problema da risolvere per garantire un pavimento asciutto e caldo e un piano di appoggio isolato dai rischi di infiltrazione d’acqua. La separazione fisica dalla nuda terra era una gravosa condizione da risolvere. 

Se non si risolveva rialzando le capanne dal terreno su palafitte di legno, si adottava uno strato di solida pietra come base su cui edificare costruzioni più evolute, costituite da un involucro di mattoni di terra cruda, mista a paglia o sterco di animale e collocate in una posizione elevata su una altura, dove favorire il deflusso dell’acqua meteorica.

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Progettare e costruire case green

Questo testo tecnico, aggiornato alla recente Direttiva EPBD (c.d. Case Green), fornisce informazioni su come si progetta e si costruisce una casa green, dalle fondazioni al tetto. L’opera è strutturata in capitoli, che fanno riferimento alle singole parti componenti costruttive dell’edificio, come le fondazioni, le pareti, il tetto, i solai, ecc.Gli elementi costruttivi e i materiali sono analizzati distinguendo le loro componenti bioedii e sostenibili, considerando che i due termini non sono sinonimi dello stesso concetto. Rappresenta il più recente e completo tentativo di sistematizzazione delle conoscenze, delle tecniche e dei materiali rappresentativi di un approccio “green” all’edilizia.Ma la bioedilizia non è semplicemente “l’arte del costruire secondo natura”. Come evidenzia l’Autore: La casa green, come ogni altra forma costruttiva, è basata su mediazioni, ovvero sull’accettazione anche di quei materiali e quelle tecnologie non propriamente derivati dalla natura, ma che costituiscono una conditio sine qua non, perché non hanno una valida alternativa “naturale” e quindi sono indispensabili al raggiungimento di uno scopo preciso.Operare green o in bioedilizia non vuol dire quindi rifiutare ed escludere a priori i materiali di sintesi, ad esempio, ma, al contrario, ottimizzarne l’uso.L’opera, quindi, per la sua completezza, il rigore scientifico e la trattazione mai astratta, guida il lettore in un appassionante percorso tecnico ed etico per imparare a progettare e costruire case sostenibili, green ed ecologiche.Roberto Sacchiarchitetto libero professionista, titolare dello studio Cultura&Ambiente, consulente CasaClima ed esperto in ecologia dell’architettura, con esperienza ultratrentennale nello studio dei materiali e degli isolanti in edilizia. Co-fondatore dell’INDEP (Istituto Nazionale di Diagnostica e Patologia Edilizia), dal 2005 svolge attività di docenza al Master Polis Maker del Politecnico di Milano.

 

Roberto Sacchi | Maggioli Editore 2024

Le prime soluzioni storiche contro l’umidità del suolo

Delle originali costruzioni su palafitte dell’epoca neolitica non resta più nessuna testimonianza, trattandosi di manufatti di facile deperimento, come il legno dei pali esposti alle intemperie. Di queste antiche costruzioni ci restano soltanto alcune testimonianze sulle incisioni rupestri dell’alta Val Camonica, in provincia di Brescia, temporalmente datate tra il 5000 e 10000 a.c. 

Delle basi delle costruzioni edificate in pietra, restano a testimonianza gli edifici di epoca nuragica, etrusca e medioevale, fino ad arrivare verso i nostri giorni, in alcune costruzioni dell’800, prima dell’avvento del cemento armato.
 
In epoca romana si ha testimonianza di una sorta di vespaio aerato risolto in due soluzioni: 

  • allontanando il pavimento dell’abitazione dalla nuda terra, con il posizionamento di anfore di terracotta nello strato sotto il piano calpestabile, affiancate le une alle altre, riempiendo gli spazi di accostamento di ghiaietto e pietrisco, con funzione drenante; 
  • costruendo uno spazio vuoto, con il pavimento sollevato da terra e retto da muretti di pietra (suspensurae) o di mattoni in laterizio, con la funzione di realizzare un sistema di riscaldamento orizzontale (ipocausto) in cui si distribuiva il calore prodotto dalla combustione di legname. Un sistema questo progenitore di quella soluzione costruttiva che molti secoli dopo sarebbe diventata il gattaiolato, ma privo del sistema di riscaldamento.
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Giovanni Battista Piranesi, incisione delle terme di Caracalla tratta dalle “Vedute di Roma”, con il disegno dell’ipocausto. Riproduzione fotografica dell’autore da un volume privato a tiratura limitata.

Dal sapere costruttivo alle prime norme edilizie

In epoca più recente, in alcuni casi lo stacco dal terreno del primo piano o rialzato, viene risolto adottando i il vespaio drenante, ovvero riempimenti di ghiaia e pietrisco sotto i pavimenti. In altri casi adottando il gattaiolato, un modus aedificandi che ci riporta all’epoca romana come sopra descritto, ma con qualche elemento di codifica dettato dalle prime normative sulle costruzioni.

Di quello che definiamo vespaio aerato, adottiamo ancora oggi la prima ed unica normativa che ne ha descritto i rudimenti costruttivi di base, con quattro semplici articoli. Si tratta dell’Istituzione Ministeriale del 20 giugno 1896, aggiornata in seguito con il Decreto Ministeriale 5 luglio 1975 e che, con gli originali articoli 56, 57, 60 e 61, detta le prime regole, molto semplici, per separare il piano terra dal suolo, attraverso la formazione di un volume vuoto sotto il pavimento, di altezza non inferiore a 40 centimetri, debitamente ventilato e con le strutture portanti impermeabilizzate agli appoggi a terra.

L’evoluzione tecnica del vespaio moderno

Ai nostri giorni, malgrado esistano ormai varie soluzioni avanzate per risolvere il problema dell’umidità dal suolo, il vespaio aerato si mantiene in Italia come “la soluzione”, richiamata nella maggior parte dei regolamenti edilizi locali e regionali, ma con modalità descrittive differenti da luogo a luogo.

In assenza di una specifica norma e di un corollario tecnico completo ed esaustivo che ne descriva la tecnica edificatoria, il vespaio aerato odierno risente dell’evoluzione tecnica dei primi anni ’90 del secolo scorso, che hanno visto l’introduzione commerciale della modalità costruttiva oggi più diffusa per realizzare il vuoto sanitario, adottando appositi casseri a perdere. Questo sistema, brevettato dalla società Daliform Group nel 1993, con il nome commerciale di “Iglù”, è composto di elementi plastici di polipropilene, in parte riciclati, di varia forma e altezza che, affiancati tra loro, costituiscono la base e il supporto per realizzare la struttura di un pavimento portante.
 
La distribuzione lungo le pareti laterali di apposite aperture contrapposte, costituisce quindi la necessaria aerazione, che, qualora garantisca una corretta ventilazione convettiva, permette il mantenimento di un’aria asciutta sotto pavimento, grazie al vuoto d’aria e alle aperture aeranti dislivellate tra loro, tra ingresso e uscita.

Con l’evoluzione normativa di vent’anni fa e la necessità di ottenere particolari prestazioni termiche all’edificio, evitando i ponti termici e le dispersioni dall’involucro, viene richiesto, insieme allo stacco dal suolo ai fini igrometrici, anche l’applicazione di un sistema isolante che rientri in parametri normativi specifici, ma soprattutto che mantenga un clima interno adeguato all’habitat.

Tecniche alternative tra prestazioni e normativa

Come accennato in precedenza, il vespaio aerato non è l’unica soluzione risolutiva dell’appoggio a terra della costruzione per la risoluzione termo-igrometrica. Le attuali tecniche costruttive e i nuovi materiali prodotti dai primi del’900 ad oggi, possono garantire condizioni paritetiche e anche migliorative, oltre che economiche, rispetto alla soluzione del vespaio aerato, che comunque, come detto, viene richiamato ancora dai regolamenti edilizi come una collaudata soluzione.

Sta ovviamente alla decisione del tecnico di poter scegliere a quale tecnica riferirsi per risolvere questo fondamentale problema, andando anche contro le indicazioni di norma, sempre che si dimostri la validità del sistema alternativo adottato, con una semplice descrizione progettuale.

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Roberto Sacchi

Architetto, cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana, si è laureato nel 1984 al PoliMI ed è libero professionista da quasi 40 anni, titolare dello studio Cultura&Ambiente. Ha frequentato uno dei primi corsi di ecologia in architettura nel 1990, diplomando…Continua a leggere

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