Un cappotto termico su muratura si realizza con un materiale isolante, che è il componente principale, insieme alla calce per l’incollaggio e la rasatura, la rete di rinforzo e le viti coi tasselli, che costituiscono invece i componenti secondari.
La scelta del sistema isolante più adatto, in genere, verte su due fattori principali: la resa termica del materiale isolante e il costo del sistema in opera. In relazione a quest’ultimo aspetto, gli elementi secondari, tra i vari competitors, non hanno grandi differenze rispetto invece al prodotto isolante, che può far oscillare, anche di molto, il costo del lavoro finito. La grossa differenza di prezzo la fanno infatti i materiali isolanti, soprattutto quelli di origine naturale, rispetto a quelli di origine petrolchimica a cui però corrispondono prestazioni diverse, su cui è impossibile generalizzare.
C’è però un aspetto che accomuna tutti i sistemi di isolamento a cappotto, almeno quelli che vengono realizzati sulle murature delle facciate esterne, e si tratta di un aspetto troppo spesso sottovalutato, per non dire quasi sempre dimenticato: il loro smaltimento a fine vita.
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Indice
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Progettare e costruire case green
Questo testo tecnico, aggiornato alla recente Direttiva EPBD (c.d. Case Green), fornisce informazioni su come si progetta e si costruisce una casa green, dalle fondazioni al tetto. L’opera è strutturata in capitoli, che fanno riferimento alle singole parti componenti costruttive dell’edificio, come le fondazioni, le pareti, il tetto, i solai, ecc.Gli elementi costruttivi e i materiali sono analizzati distinguendo le loro componenti bioedii e sostenibili, considerando che i due termini non sono sinonimi dello stesso concetto. Rappresenta il più recente e completo tentativo di sistematizzazione delle conoscenze, delle tecniche e dei materiali rappresentativi di un approccio “green” all’edilizia.Ma la bioedilizia non è semplicemente “l’arte del costruire secondo natura”. Come evidenzia l’Autore: La casa green, come ogni altra forma costruttiva, è basata su mediazioni, ovvero sull’accettazione anche di quei materiali e quelle tecnologie non propriamente derivati dalla natura, ma che costituiscono una conditio sine qua non, perché non hanno una valida alternativa “naturale” e quindi sono indispensabili al raggiungimento di uno scopo preciso.Operare green o in bioedilizia non vuol dire quindi rifiutare ed escludere a priori i materiali di sintesi, ad esempio, ma, al contrario, ottimizzarne l’uso.L’opera, quindi, per la sua completezza, il rigore scientifico e la trattazione mai astratta, guida il lettore in un appassionante percorso tecnico ed etico per imparare a progettare e costruire case sostenibili, green ed ecologiche.Roberto Sacchiarchitetto libero professionista, titolare dello studio Cultura&Ambiente, consulente CasaClima ed esperto in ecologia dell’architettura, con esperienza ultratrentennale nello studio dei materiali e degli isolanti in edilizia. Co-fondatore dell’INDEP (Istituto Nazionale di Diagnostica e Patologia Edilizia), dal 2005 svolge attività di docenza al Master Polis Maker del Politecnico di Milano.
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Il nodo del disassemblaggio a fine vita
Nell’ipotesi della demolizione di un edificio, i vari materiali componenti vengono divisi per categorie a cui corrisponde, per ognuno, uno smaltimento selezionato. In questo modo vengono suddivisi i materiali riciclabili, rispetto a quelli termo-valorizzabili e a quelli che finiranno in discarica. Mentre, ad esempio, le strutture di cemento armato demolite subiscono la separazione della parte inerte rispetto alle parti metalliche, per i cappotti demoliti la situazione è invece ben diversa.
Cemento, sabbia e ghiaia aggregati, infatti, non potranno essere più separati, almeno ad oggi, ma una volta frantumati, diventeranno materiale per riempimenti, mentre tutte le parti ferrose potranno essere rifuse per realizzare altri manufatti metallici, anche se per un diverso utilizzo. Per i cappotti termici invece la situazione è molto diversa, soprattutto per quelli che hanno subito il trattamento di incollaggio, fissaggio e rasatura e sono abbarbicati alle facciate degli edifici.
Il problema di questi sistemi termici, nelle fasi di demolizione, è l’azione di recupero e di smaltimento dell’isolante, piuttosto che il recupero degli elementi di ancoraggio metallici, facilmente identificabili e separabili meccanicamente dalla plastica dei tasselli. I pannelli isolanti, infatti, si presentano rivestiti del prodotto collante e rasante, che generalmente è una malta cementizia o di calce idraulica, integrata ad una rete di rinforzo sulla superficie esterna e, in tal guisa, non sono recuperabili per un eventuale riciclo. Pur attuando una demolizione selettiva e quindi, ammettendo la buona riuscita della separazione della parte metallica dall’isolamento, l’elemento inerte aggregato all’isolante è difficilmente separabile e finisce la propria vita conferendo direttamente alla discarica, senza possibilità di riciclo.
Il destino dei materiali isolanti dopo la demolizione
Ma cosa vuol dire conferimento in discarica? Significa sostanzialmente che i pannelli isolanti “contaminati” dalle malte subiscono un processo di frantumazione e di sminuzzamento, per gestir meglio il volume di smaltimento, e vengono trasportati in un luogo finale, in cui resteranno per sempre, sepolti sotto una coltre di terra, coperti – insieme a molti altri materiali simili – da membrane impermeabilizzanti.
Purtroppo a questa destinazione infausta conferiscono tutti gli isolanti che costituivano un cappotto incollato, senza distinzione alcuna. Polistirene espanso, sughero naturale, poliuretano, fibra di legno, ecc., sono tutti accomunati da questa destinazione a fine vita, in quanto, nella fase di dismissione di un cappotto termico, effettuare la separazione dei vari componenti, per quanto sia fattibile, è antieconomica e non giustifica la resa finale.
Ma allora c’è un’alternativa di smaltimento? Ferma restando la difficoltà economica di recuperare gli isolanti, l’altra alternativa è la cosiddetta termo-valorizzazione, che, tradotto in parole povere vuol dire bruciare i materiali dismessi in un inceneritore o in un forno industriale, per produrre energia.
L’impatto ambientale dei materiali dispersi
C’è però un altro aspetto infausto da considerare: il rischio di dispersione del materiale isolante potenzialmente inquinante, che si libera nella fase di demolizione. Si tratta di un grosso problema, che riguarda principalmente quei materiali di origine sintetica, manipolati chimicamente e che all’aria aperta fanno fatica a degradarsi, così come nel terreno e nelle falde acquifere o negli alvei dei corsi d’acqua, dove possono restare per lungo tempo, liberando gradualmente macro-micro e nano componenti, impattanti a livello ambientale e organico.
Diverso discorso invece per gli isolanti di derivazione vegetale e animale, la cui componente organica favorisce un più facile smaltimento ambientale, senza rischi di inquinamento.
I sistemi a secco come alternativa: progettare pensando già al fine vita
Detto questo, sorge quindi spontanea un’altra domanda: c’è una alternativa al cappotto termico per isolare gli edifici, che possa far evitare i problemi di smaltimento? Certo che sì!
Ci sono cappotti termici che possono essere realizzati interamente a secco, sia sulle facciate esterne, che all’interno delle abitazioni, adottando principalmente materiali isolanti di bassa densità, facilmente manovrabili e deformabili, che ovviamente devono necessariamente essere protetti dalle intemperie e dal rischio di incendio con supporti incombustibili.
In fase di dismissione di un cappotto a secco, ogni materiale componente risulta più facilmente disassemblabile e recuperabile per assolvere ad altri impieghi. Gli isolanti termici, che non subiscono alcuna contaminazione da collanti e rasanti, possono essere reimpiegati in toto, oppure recuperati dal produttore per essere riciclati oppure, alla peggio, più facilmente termo-valorizzati senza gravosi residui.
Come? Con varie modalità che si differenziano secondo la categoria dell’isolante interessato. Ma questo è un altro discorso.

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