Ad oggi la situazione del patrimonio infrastrutturale italiano presenta grosse incertezze legate non solo alla indisponibilità delle risorse economiche da destinarsi alla pianificazione delle manutenzioni, ma soprattutto all’assenza di un censimento dell’intera rete viaria le cui competenze si distribuiscono tra comuni, province, regioni e solo per piccola parte tra Autostrade e ANAS.
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Per fornire un dato che chiarisce la dimensione del problema si pensi che in Italia si stimano circa un milione e mezzo di ponti. Mediamente, ogni anno, oltre una quindicina di questi sono interessati da fenomeni di crollo. Molti, fortunatamente, senza destare alcun clamore perché non producono vittime.
L’intervento di recupero delle trave descritto di seguito, ed estratto dal volume di Matteo Felitti e Lucia Rosaria Mecca, rientra nell’ambito delle opere previste dalla cosiddetta legge Sblocca Italia (d.l. n. 133 del 12 settembre 2014).
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Studio di diagnosi
Nel 2014, sul viadotto costruito tra gli anni ’60 e i primi anni ’70, è stata svolta una campagna di indagine per la redazione della mappa del danno. Il viadotto ha una lunghezza complessiva di circa 200 m e si compone di 4 campate realizzate su pile rettangolari della massima altezza di 35,00 m. Le travi che compongono l’impalcato sono a doppio T in calcestruzzo armato precompresso a cavi post tesi.
Lo studio diagnostico è consistito in un preliminare esame visivo dello stato di conservazione dell’opera che ha messo in risalto la disomogeneità dell’aggregato e lo scarso copriferro. A questo sono seguiti:
- prelievi di carote dal corpo di trave e prove pull out per la determinazione della resistenza meccanica del calcestruzzo in opera;
- test colorimetrici alla fenoftaleina per stabilire i livelli di carbonatazione;
- rilievi endoscopici per analisi delle microcavità nei getti ed all’interno delle guaine;
- rilievi pacometrici finalizzati alla determinazione del numero e dei diametri delle armature;
- rilievi con radar per le strutture per la determinazione del numero e del tracciato dei cavi di tirantatura;
- endoscopie per ispezione dello stato di conservazione dei cavi.



I risultati delle indagini e delle prove sperimentali condotte hanno evidenziato un’ampia serie di problematiche dovute a:
- invecchiamento del manufatto;
- materiale non adatto alla “esposizione” dell’opera;
- impiego di tecniche costruttive potenzialmente problematiche (cavi post tesi, scarso copriferro);
- inadeguata impermeabilizzazione.
Le prove di schiacciamento sui provini cilindrici hanno invece restituito una buona resistenza del calcestruzzo in opera.
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Descrizione dell’intervento
Conclusa l’analisi critica dei risultati di indagine si è convenuto che il fenomeno che desta maggiori preoccupazioni è il degrado molto avanzato dei cavi di tesatura, alcuni dei quali completamente corrosi. Al fine di recuperare la conseguente riduzione della pretensione è stato previsto l’inserimento di cavi esterni ai quali affidare l’aliquota di precompressione rilasciatasi nel tempo.
Per poter operare l’intervento di posa in opera dei cavi e l’esecuzione della messa in tiro è stato necessario realizzare un ripristino preliminare degli ammaloramenti diffusi, oltre ad opportune opere di rinforzo per adeguare le travi e renderle adatte ad accogliere le azioni trasferite dalla precompressione aggiuntiva.
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Recupero travi: prima fase
Il recupero delle travi si è suddiviso perciò in due principali fasi di intervento. La prima, di riparazione, ha previsto:
a) scarifica corticale del calcestruzzo degradato e rimozione di tutte le parti non adese;
b) trattamento delle armature con spazzole di acciaio per rimozione della ruggine e ravvivatura fino a metallo bianco;
c) passivazione delle armature ed eventuale ripristino delle sezioni originarie dei ferri mediante aggiunta di armatura lenta opportunamente inghisata;
d) ripristino delle sezioni resistenti delle travi mediante ricostruzione degli spessori in calcestruzzo.




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Recupero travi: seconda fase
La seconda fase, relativa alla messa in tiro delle travi tramite precompressione esterna, ha compreso:
a) ancoraggio dei cavi alla trave mediante opportune selle attaccate a carter situati rispettivamente in corrispondenza dei traversi di campata e mediante cuffie per le testate di ancoraggio situati alla testata della trave stessa o in soletta;
b) posa in opera su ogni trave di cavi esterni in acciaio armonico costituiti da 7 trefoli viplati compatti tipo S.L.M.;
c) applicazione sulla superficie delle travi di un apposito rivestimento protettivo costituito da resina metacrilica in solvente.




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Foto di copertina: Cavo di tesatura che oltre ad essere scoperto per mancata vibrazione del calcestruzzo risulta non iniettato e dunque privo di uno strato di protezione alla corrosione delle armature tese. Facendo leva con una punta di scalpello sui fili messi in vista da un taglio realizzato sulla lamiera, è stato possibile muoverli. La mobilità degli stessi è la conferma che sono privi di un tiro efficace dovuto alla corrosione avanzata in diversi punti della trave ©Tecniche di diagnosi, riparazione e miglioramento di strutture in calcestruzzo armato degradate – Maggioli Editore
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