La realizzazione di una buona tenuta all’aria viene ritenuta sinonimo di qualità costruttiva, poiché gli attori del processo edilizio, dai progettisti ai costruttori agli installatori, devono porre molte attenzioni ai particolari costruttivi, denotando conoscenza e perizia.
La tenuta all’aria viene percepita come un valore aggiunto per evitare alcune patologie edilizie, come condensazioni interstiziali negli isolamenti interni, o nei tetti in legno, qualora la stessa svolga anche funzione di tenuta al vapore.
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Dal punto di vista impiantistico, può succedere negli impianti elettrici che una scarsa tenuta all’aria possa creare condensazione del vapore acqueo nei cavidotti elettrici, con conseguente ristagno d’acqua e cattivi odori o portare addirittura ad infiltrazione canalizzate.
Analizziamo nel seguito un caso pratico estratto dal volume Impianti termici negli edifici residenziali ad elevate prestazioni energetiche di Paolo Savoia, edito da Maggioli Editore, in cui gli effetti della scarsa tenuta all’aria del fabbricato erano stati confusi con una infiltrazione dal tetto.
Vediamo nel dettaglio.
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Caso studio di una copertura: gli effetti della scarsa tenuta all’aria
Nella situazione specifica, all’intradosso di uno sporto di gronda in calcestruzzo armato rivestito con cappotto, erano presenti chiazze umide. La copertura del tetto era realizzata in lamiera sandwich su tutto il fabbricato e risultava difficile pensare ad una infiltrazione con questa tipologia di finitura.
Oltre alle macchie umide, in parte visibili nelle foto sottostanti, erano presenti sulle pareti, in corrispondenza di alcuni nodi particolari della copertura, delle striature bianche visibili ad esempio in fig.2.


Il solaio di copertura è realizzato in legno, con sporti di gronda in calcestruzzo armato. Questo accoppiamento di materiali e soluzioni, non comunemente realizzato, suscitava qualche perplessità nella gestione degli strati funzionali di tenuta (aria, vapore, vento).
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L’ipotesi formulata era quella di ricondurre la presenza dell’acqua ad un effetto poco noto, ovvero alla migrazione del vapore acqueo dall’interno verso l’esterno, per carenza di tenuta all’aria, con relativa condensazione del vapore lungo il percorso.
Una sezione del tetto è visibile nella fig.3. L’ipotesi della scarsa tenuta all’aria del telo sopra le perline consentiva all’aria calda ed umida di uscire all’esterno e di condensare sullo sporto in calcestruzzo. L’acqua a questo punto poteva scorrere sul frontalino in EPS e da qui sul cappotto inferiore.

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La prova di depressurizzazione
Dopo la raccolta delle informazioni progettuali è stata effettuata una prova di depressurizzazione, similare alla fase “cruise” utilizzata durante le prove di permeabilità all’aria (Blower Door Test) per confermare l’ipotesi.
Anche se il fenomeno fisico si manifesta con lo spostamento di aria calda e umida dall’interno verso l’esterno poiché in inverno è maggiore la pressione di vapore all’interno, l’indagine è stata svolta provocando lo spostamento dell’aria in senso opposto, dall’esterno verso l’interno, per meglio evidenziare il problema è stata eseguita un’indagine termografica.
Dalle immagini sono stati rilevati degli “sbuffi” di aria fredda entranti in corrispondenza
della giunzione del tavolato. È stato quindi consigliato di smontare il tetto e verificare la corretta nastratura dei teli, tra loro e con il getto il calcestruzzo.
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Conclusioni
L’ipotesi della mancanza di tenuta all’aria è stata confermata e la problematica si è risolta ripristinando la continuità dello strato funzionale di tenuta all’aria, che coincideva in questo caso con il freno a vapore.
Diverso era il problema delle striature in facciata evidenziato in fig.2. In questo caso è stato eseguito un saggio sul cappotto, che ha evidenziato come il cordolo in calcestruzzo presentasse, in corrispondenza di alcune armature, una mancanza di compattezza tale da mettere in comunicazione diretta l’aria interna con l’esterno, tramite un passaggio di circa 8 mm di diametro.
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In questo caso lo strato di tenuta all’aria, che doveva essere svolto dalla barriera al vapore opportunamente raccordata al cordolo di calcestruzzo, ha originato solo una problematica estetica, ma che poteva portare, con l’accumulo di condensa, a successive patologie sulle superfici interne del fabbricato, difficilmente diagnosticabili.
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La posizione del foro di uscita era infatti, come si vede dalla fotografia successiva, posizionata nella parte alta del cordolo. Questo, unitamente ad una cattiva posa del cappotto (si noti il collegamento per punti) ha permesso all’aria interna di fuoriuscire e condensare al di sotto della scossalina costituente il canale di gronda per poi colare sulla facciata.

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Foto:©Impianti termici negli edifici residenziali ad elevate prestazioni energetiche _Maggioli Editore
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