Chi, come tecnico si rapporta ad una costruzione (bio)edile, ma con lo spirito del (bio)architetto, non può non interagire con le indagini preliminari per la definizione dello spazio geometrico, dove collocare la nuova casa o adattare lo spazio esistente alle esigenze dell’abitante.
Ma chi fa (bio)architettura, sa perfettamente che il rilievo geometrico, i nozionismi delle regole tecniche e urbanistiche non sono affatto sufficienti per completare il quadro dei fattori di conoscenza che permettono un approccio integrato alla progettazione. Ciò che occorre indagare riguarda sostanzialmente il rapporto tra il luogo, i materiali e l’abitante, secondo uno spirito che la disciplina edilizia ha dimenticato o ha voluto dimenticare, sopraffatta dal dogma scientifico.
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Indice
Suggeriamo:
Progettare e costruire case green
Questo testo tecnico, aggiornato alla recente Direttiva EPBD (c.d. Case Green), fornisce informazioni su come si progetta e si costruisce una casa green, dalle fondazioni al tetto. L’opera è strutturata in capitoli, che fanno riferimento alle singole parti componenti costruttive dell’edificio, come le fondazioni, le pareti, il tetto, i solai, ecc.Gli elementi costruttivi e i materiali sono analizzati distinguendo le loro componenti bioedii e sostenibili, considerando che i due termini non sono sinonimi dello stesso concetto. Rappresenta il più recente e completo tentativo di sistematizzazione delle conoscenze, delle tecniche e dei materiali rappresentativi di un approccio “green” all’edilizia.Ma la bioedilizia non è semplicemente “l’arte del costruire secondo natura”. Come evidenzia l’Autore: La casa green, come ogni altra forma costruttiva, è basata su mediazioni, ovvero sull’accettazione anche di quei materiali e quelle tecnologie non propriamente derivati dalla natura, ma che costituiscono una conditio sine qua non, perché non hanno una valida alternativa “naturale” e quindi sono indispensabili al raggiungimento di uno scopo preciso.Operare green o in bioedilizia non vuol dire quindi rifiutare ed escludere a priori i materiali di sintesi, ad esempio, ma, al contrario, ottimizzarne l’uso.L’opera, quindi, per la sua completezza, il rigore scientifico e la trattazione mai astratta, guida il lettore in un appassionante percorso tecnico ed etico per imparare a progettare e costruire case sostenibili, green ed ecologiche.Roberto Sacchiarchitetto libero professionista, titolare dello studio Cultura&Ambiente, consulente CasaClima ed esperto in ecologia dell’architettura, con esperienza ultratrentennale nello studio dei materiali e degli isolanti in edilizia. Co-fondatore dell’INDEP (Istituto Nazionale di Diagnostica e Patologia Edilizia), dal 2005 svolge attività di docenza al Master Polis Maker del Politecnico di Milano.
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Il rapporto tra luogo e abitante oltre i dati tecnici
Un tempo il rapporto tra uomo e luogo era identificato con il genius loci, lo spirito del luogo, una credenza comune a tutte le tradizioni delle popolazioni sparse attorno al Pianeta. Per gli antichi Romani il genius loci era identificato in una divinità tutelare protettrice di un luogo specifico. In epoca moderna Christian Norberg-Schulz lo identifica come luogo armonico dove si fondono caratteristiche fisiche, storiche e sociali, armonia delle forme, energia dello spazio vitale, ipotizzando che l’azione progettuale dell’architetto deve essere rispettosa della preesistenza, nell’opera creatrice di forme identitarie, che si fondano con l’armonia del sito[1].
Esiste una disciplina che riunisce tutte quelle conoscenze necessarie alla comprensione del luogo in rapporto all’abitante e che potremmo definire una extra-indagine: la “geobiologia”, parola che deriva dal connubio del termine greco “geo”, ovvero terra, “bio”, cioè vita e ”logos”, ovvero dottrina; in una parola, la disciplina che ricerca le interazioni tra vita e luogo, un termine coniato quasi ottant’anni fa in Germania.
Se si ricerca il significato della parola “geobiologia” nei testi enciclopedici attuali, si incorre nella definizione di una pratica che “…ipotizza di misurare dei presunti “aspetti energetici” di un determinato luogo. Secondo i sostenitori della pratica, esisterebbero diverse caratteristiche di un luogo che influenzerebbero tramite presunte “energie” gli esseri viventi. Nella categoria dei fenomeni tellurici all’attenzione dei sostenitori della teoria, ci sono le faglie, i corsi d’acqua sotterranei, le cavità, i depositi di minerali, i “camini tellurici”, la “rete di Hartmann” e la “rete di Curry”, ed altri. Queste ipotesi indimostrate, prive di alcuna prova oggettiva o del supporto di sperimentazioni scientifiche, sono ritenute una forma di pseudoscienza dalla comunità scientifica internazionale, sia fisica che geologica”[2].
Come è ben percepibile, l’uso del verbo condizionale, presuppone il dubbio sulla veridicità e validità di questa disciplina di ricerca, entro la quale, fino agli anni ’90 del secolo scorso, era inclusa anche l’indagine sulla radioattività dei materiali e sul radon, argomenti allora poco noti agli operatori edili.
Quando l’indagine del luogo esce dal perimetro scientifico
Ma cos’è scienza e cos’è esperienza tramandata? Oggi si pensa in modo pragmatico e si fa affidamento a ciò che può essere da tutti replicato, spiegato e provato secondo uno spirito di indagine cartesiano. Ma un tempo, fino agli albori del pensiero scientifico, vigeva l’esperienza tramandata e la tradizione, che diventava prassi operativa. Tra queste esperienze e tradizioni c’erano le superstizioni, i detti popolari e le usanze non spiegate, ma che erano molto in voga un tempo.
Tra queste ad esempio cercare l’acqua con un rametto di nocciolo biforcuto, applicando la rabdomanzia, oppure cercare la posizione corretta in cui costruire la casa secondo il campo magnetico terrestre, adottando sistemi biofisici con la radiestesia, o ancora definire il luogo e il momento corretto in cui costruire l’edificio o aprire una attività redditizia usando l’antica arte geomantica del Feng Shui, così come definire la posizione propizia per edificare una chiesa secondo la propria religione, sia essa cristiana, ortodossa o taoista, adottando proporzioni secondo quella disciplina esoterica denominata come “geometria sacra”, di antica origine pitagorica.
Queste usanze, in certe popolazioni indigene erano considerate un dono sciamanico, nelle tradizioni orientali una tradizione millenaria tramandata dai geomanti, nel mondo occidentale adottate come prassi anche da esperti monaci cristiani, fino al predominio del pensiero scientifico, con l’avvento della Rivoluzione Industriale nell’800 che, col tempo a venire, lo ha posto come dogma.
Tradizione, esperienza e pratiche non scientifiche
Tra tutte le usanze, forse la più comune rimasta intatta è la posizione del letto nella camera preposta. Un tempo si collocava il letto verso il Nord magnetico, ma senza conoscerne il motivo. Per molti era una tradizione, per altri una superstizione. Qualcuno storceva il naso perché non c’era una logica spiegazione. Oggi si sa perfettamente il significato di questa usanza: dormire con la testa a Nord favorisce il sonno, perché il sangue fluisce meglio verso la testa, che viene ossigenata dall’emoglobina, che è la molecola proteica, principale componente dei globuli rossi, preposta al trasporto dell’ossigeno dai polmoni verso il resto del corpo, fino alle sedi periferiche dell’organismo, tra cui la testa per l’appunto.
Ma come mai l’ossigenazione viene proprio accentuata verso la testa? L’emoglobina, come parte dei globuli rossi è costituita da ioni di ferro allo stato di ossidazione ferroso; l’atomo del ferro, che ha un legame reversibile con l’ossigeno, si orienta verso il polo magnetico terrestre, secondo un fenomeno basato sull’interazione dei campi magnetici, tanto quanto accade all’ago magnetizzato della bussola, che si orienta verso il Nord, attirato dalle linee di forza del campo magnetico terrestre. Per questa ragione l’orientamento cardinale verso il Nord magnetico diventa stimolo per ossigenare i vasi sanguigni del cervello e predisporre l’organismo alla fase di riposo.

Dalla pratica empirica alla verifica scientifica
Questa qualità o sensibilità dell’essere umano non è una particolarità esclusiva della nostra specie. È ormai assodato, infatti, che esista una certa magnetosensibilità in molte forme del regno animale, tra cui in molti molluschi, nei coleotteri, negli imenotteri, nei pesci, negli anfibi, soprattutto gli urodeli, negli uccelli, nei roditori, nei mammiferi marini, tra cui i delfini, nelle planarie, ma anche nei batteri. Un tempo non si riusciva a spiegare come gli uccelli migratori riuscissero a percorrere migliaia di chilometri senza un navigatore, trovando l’esatta posizione del nido in entrambe le direzioni. Recenti ricerche scientifiche hanno dimostrato che gli uccelli migratori si collegano con le linee di forza del campo magnetico terrestre attraverso un loro recettore, un organo magnetosensibile, localizzato tra la dura madre e il cranio, visibile anche ad occhio nudo, essendo della dimensione di 0,5-2 mm[3].
Collocare quindi il letto con la testata rivolta verso il Nord geografico, è uno dei dogmi progettuali della (bio)architettura di oggi, ma un tempo era una prassi additata a superstizione o indicata come una tradizione senza una logica spiegazione, assolutamente non considerata dalla scienza di allora, fino a quando, grazie alla biochimica e alla medicina omeopatica, ma accettata anche da quella allopatica, non si è potuto spiegare l’arcano.
Questo aneddoto ci insegna molte cose: a non dare mai nulla per scontato, ad osservare il mondo con un pensiero olistico, a non credere a tutto ciò che ci viene propinato, perché anche la scienza non è fede e senza la dimostrazione di un perché, non è affidabile. Ma soprattutto a sperimentare, lasciandosi andare al confronto, ampliando la conoscenza, con uno spirito vitruviano.
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