Riforma degli Ordini professionali: una riflessione su accesso, lauree abilitanti e qualità della formazione

Il disegno di legge delega riapre il dibattito su accesso alla professione, equo compenso e formazione continua. Tra le proposte di CNI e CNAPPC e una riflessione critica su tirocinio, lauree abilitanti e preparazione universitaria dei futuri tecnici.

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La riforma degli ordinamenti professionali è da tempo al centro del dibattito politico e tecnico. In tal senso, a settembre 2025 il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge delega che punta, a 25 anni dal Dpr 328/2001 e a 13 anni dal Dpr 137/2012, ad una revisione organica del sistema di 14 professioni.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di modernizzare e rendere coerente il sistema, allineandolo agli standard europei, ma allo stesso tempo con l’intento di introdurre un principio chiave: qualsiasi prestazione professionale, anche se supportata da tecnologie digitali e intelligenza artificiale, dovrà rimanere frutto della professionalità umana, in una visione dichiaratamente “antropocentrica”.

Ma se questi sono gli auspici generali, cosa è stato chiesto al legislatore dal CNI e CNAPPC?  

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Danilo Carpentieri, Alessio Faccia | Maggioli Editore

Le richieste del CNI

Il Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI) sembra aver individuato tra le priorità i seguenti punti:

  • Modernizzazione e Struttura: quindi la riforma come un’opportunità, a difesa della vigilanza del Ministero della Giustizia e del ruolo fondamentale degli Ordini come garanti della qualità e sicurezza per la società.
  • Riordino Competenze: quindi necessità di aggiornare e chiarire i confini delle competenze professionali ingegneristiche, specialmente nei settori industriale e dell’informazione.
  • Laurea Abilitante: con proposta di tirocinio pratico-valutativo integrato nel percorso universitario e lauree abilitanti, per conseguire l’abilitazione contestualmente alla tesi.
  • Equo Compenso: con parametri per i compensi professionali – attualmente regolati dal D.M. 17/06/2016 – aggiornati periodicamente dai Consigli Nazionali, d’intesa con il Ministero della Giustizia, e applicabili anche ai rapporti con i privati, diversamente da ciò che avviene ora con l’odierna norma, riservata esclusivamente ad attività professionali svolte per banche, assicurazioni, aziende con più di 50 dipendenti e fatturato oltre i dieci milioni di euro, e per la P.A., con le relative specifiche ora disciplinate diversamente in funzione dell’importo sotto o sopra i centoquarantamila euro.
  • Formazione Continua: quindi un’evoluzione della formazione per renderla sempre più aderente al progresso scientifico e tecnologico

Le richieste del CNAPPC

Anche il Consiglio Nazionale Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori (CNAPPC) ha avanzato osservazioni puntuali, tra cui, da menzionare sono:

  • Valorizzazione del Progetto: con la centralità del ruolo dell’architetto, per un approccio più olistico e meno frammentato tra specializzazioni.
  • Equo Compenso: con il ripristino di livelli minimi di compenso anche nei rapporti con i privati, analogamente all’auspicio già menzionato dal CNI.
  • Accesso e Tirocinio: con l’introduzione del tirocinio professionale per facilitare l’ingresso dei giovani e semplificare l’Esame di Stato, andando forse anche oltre quanto già previsto dal Dpr 328/2001.
  • Formazione Continua: con un rafforzamento dei rapporti tra Ordini e Università.
  • Nuovi Ordini: con una proposta di riorganizzazione per favorire il ricambio generazionale, l’equilibrio di genere e l’uso di modalità telematiche.
  • Innovazione: con un focus su intelligenza artificiale, tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico.

Una riflessione

Ebbene, facendo riferimento ad un mio precedente intervento, relativo al crollo delle abilitazioni registrato dall’annuale rapporto del CNI, unitamente alla mia quasi trentennale esperienza nel campo dell’abilitazione professionale per le  professioni tecniche – che tramite specifici corsi ha generato negli ultimi 25 anni i testi da me scritti per la casa editrice Maggioli, Guida pratica alla progettazione e Prontuario tecnico urbanistico amministrativo (>> puoi comprarli qui insieme), in uscita con la decima edizione a fine aprile – vorrei dare anche io il mio umile contributo.

Parto dalla mia esperienza di studi e di abilitazione, innanzitutto per affermare che il vero problema non è quello di facilitare l’accesso alle professioni, quanto semmai affrontare il tema dell’effettiva preparazione che tutta la scuola prima, e l’università poi, dovrebbero garantire. E ciò, quindi, dovrebbe richiedere una riforma scolastica e dell’università, con scuole più performanti, e non una riforma professionale con esami di stato più facili o una totale eliminazione tramite l’avvento delle lauree abilitanti.

Dal mio punto di vista, infatti, le performance dell’università per gli architetti ha effetti devastanti, perché quello che noto da sempre – su me stesso ad inizio anni ’90 a fine università, e poi sugli studenti che si sono rivolti a me per il superamento dell’esame – è che con il conseguimento della laurea, la maggioranza non conosce le distinzioni tipologiche, non sa nulla di normative urbanistico-edilizie e della loro corretta applicazione, indici e parametri urbanistici sono praticamente sconosciuti, non parliamo poi di tecnologia e strutture. E ciò comincia ad attecchire anche con gli ingegneri – mi riferisco nella fattispecie ai laureati della classe di laurea civile, edile architettura e similari – perché anche tra loro le mancanze sono analoghe a quelle menzionate in precedenza. Quindi forse bisognerebbe mettere mano prima alla scuola e all’università e poi semmai all’acceso alla professione e all’ordinamento professionale.

Sono inoltre convinto che il tirocinio post-laurea dovrebbe essere sì obbligatorio, ma poi seguito da un esame dove effettivamente si verifichino le competenze di base, che per l’architetto e l’ingegnere civile sono anche legate alla progettazione di edilizia civile. Altrimenti, come sento dire ormai da tempo, “tanto c’è l’intelligenza artificiale”.

Per gli architetti questa facilitazione è, peraltro, già presente nel d.P.R. 328/2001, con la possibilità ovviare alla prova pratica – cioè la più difficile, dove si deve progettare un’opera di edilizia civile – a fronte di un tirocinio post-laurea disciplinato da apposite convenzioni ordini-università. Ciò sarebbe presente ora anche nelle proposte del CNI per gli ingegneri.

Ebbene, il tema di un tirocinio post-laurea che anticipi l’esame di abilitazione è un pilastro della norma che disciplina l’accesso alla professione forense. In questo caso, a fronte di due anni di praticantato obbligatorio, non sono comunque previsti sconti sulle prove; e se anche la professione forense – come, d’altra parte, le professioni tecniche – si esplica poi spesso in specifici settori più ristretti, ciò non significa che alla partenza non si debba dimostrare un’adeguata preparazione su tutta la materia.

Non si comprende quindi perché il legislatore, che già nel lontano 2001 aprì a questa possibilità per i laureati in architettura, eliminando la prova più difficile, cioè la prova progettuale, ora possa pensare di ampiarla ad una platea ancora più estesa di futuri professionisti, o ancor peggio, introdurre le lauree abilitanti, senza tener conto dei risultati generali, piuttosto scadenti e con alte percentuali di non idonei, che caratterizzano da tempo immemore l’esame di abilitazione.

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Alberto Fabio Ceccarelli

Sono architetto, libero professionista (www.afcstudio.it), con studio a Milano. Nato a Roma nel 1963, scapolo e senza figli, laureato in architettura alla Sapienza di Roma nel 1993, dopo un percorso di studi un po’ lungo (sono stato in parallelo pilota di rally, di fuoristrada, d…Continua a leggere

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