Dopo la UNI 11337-8, di cui abbiamo parlato nell’episodio precedente, l’intelligenza artificiale fa un secondo ingresso nelle regole della professione, stavolta dalla porta della gara pubblica.
Il Bando Tipo ANAC n. 2 chiede a chi partecipa di assicurare la “prevalenza del lavoro intellettuale” quando si avvale di strumenti di AI. Il punto è che né il bando né la legge da cui la formula deriva spiegano come questa prevalenza debba essere dimostrata.
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Indice
Consigliamo:
Intelligenza Artificiale generativa per progettisti
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Cosa chiede il bando
Il meccanismo in sé è semplice. Chi partecipa deve dichiarare se ha utilizzato sistemi di intelligenza artificiale nell’elaborazione dell’offerta tecnica, e se intende farlo durante l’esecuzione dell’incarico. A questa dichiarazione il bando associa una condizione, e cioè che venga comunque assicurata la prevalenza del lavoro intellettuale, insieme al controllo e alla verifica dei risultati ottenuti.
Vale la pena ricordare che non si tratta di un’idea originale del bando. La formula viene dall’articolo 13 della Legge 132/2025, che per le professioni intellettuali fissa un principio di fondo: l’intelligenza artificiale può essere impiegata per le attività strumentali e di supporto, ma non può prendere il posto del contenuto intellettuale della prestazione. Il bando si limita a portare quel principio dentro una procedura di affidamento, e in questo si inserisce in un quadro più ampio, fatto del Regolamento europeo, della legge nazionale e ora delle indicazioni ANAC, che convergono verso la stessa idea di centralità della persona.
Sul piano dell’enunciato si tratta di un’indicazione abbastanza chiara, ed è quando proviamo a tradurla in pratica che emergono le questioni più interessanti.
Un principio difficile da misurare
La prima riguarda il modo in cui si dovrebbe dimostrare, concretamente, la prevalenza del lavoro intellettuale. Né la legge né il bando indicano una soglia, una percentuale o un criterio oggettivo. Si tratta di un principio qualitativo, affidato a una verifica che per ora nessuno ha davvero definito, e la difficoltà diventa evidente non appena si guarda al modo in cui si lavora negli studi.
Quando un progetto nasce con il supporto dell’intelligenza artificiale, ciò che resta sono per lo più i risultati, qualche file intermedio, gli output finali. Quello che spesso manca è un documento capace di ricostruire il percorso decisionale: come il professionista ha impostato il problema, quali strade ha valutato, cosa ha scartato e per quali ragioni.
Per capire quanto la questione sia concreta, si può pensare a un concorrente che generi un gran numero di simulazioni progettuali e ne selezioni una. Quella scelta è sufficiente a parlare di prevalenza umana, oppure il lavoro l’ha svolto la macchina e al professionista è rimasto soltanto il compito di indicare la soluzione preferita?
Dove si colloca l’apporto umano
Parte della difficoltà nasce probabilmente dal fatto che cerchiamo la prevalenza nel momento sbagliato. Non è nell’aver rinunciato allo strumento che si misura il contributo del progettista, e nemmeno soltanto nell’atto finale della scelta, ma anche in ciò che viene prima e in ciò che viene dopo.
Prima c’è la competenza necessaria per decidere quali dati fornire allo strumento, come formulare la richiesta, come impostare il ragionamento. Due professionisti che si rivolgono allo stesso sistema con la stessa domanda ottengono risultati diversi, perché diversa è la capacità di interrogarlo.
Dopo c’è il lavoro di verifica, di correzione e di ingegnerizzazione che serve a trasformare un risultato plausibile in una soluzione effettivamente realizzabile e conforme. L’intelligenza artificiale restituisce qualcosa che ha l’aspetto di una risposta corretta, ma stabilire se lo sia davvero rimane un compito del professionista, e una responsabilità di chi firma. In questo senso l’AI non riduce la competenza richiesta, ma la sposta verso il giudizio e il controllo dei risultati, che restano attività tutt’altro che semplici.
Il problema pratico che rimane aperto
Resta la difficoltà concreta di documentare una prevalenza che vive nel giudizio e nel controllo, attività che per loro natura lasciano poche tracce. A questo si aggiunge il punto di vista di chi è chiamato a valutare.
Allo stato attuale le commissioni di gara dispongono raramente degli strumenti tecnici per accertare l’origine di un contenuto o per misurarne l’attendibilità, e un obbligo di dichiarazione che si appoggia a una verifica difficile da esercitare resta poco solido.
Cosa resta da chiarire
Il Bando Tipo ANAC n. 2 non scioglie la questione della prevalenza: la mette per iscritto e la lascia aperta, rimandando di fatto alla prassi e ai prossimi bandi il compito di precisarla. Restano sul tavolo alcune domande che varrebbe la pena affrontare prima, e non dopo, che la giurisprudenza cominci a produrne risposte caso per caso.
La prima è cosa si debba effettivamente dichiarare. Documentare in che modo si è usata l’intelligenza artificiale – con quali strumenti, in quali fasi, con quali prompt – è un onere ben diverso dal semplice conservare le tracce del suo impiego, così come già si fa con altra documentazione di progetto.
La seconda riguarda il senso di quella dichiarazione. Dichiarare l’uso dell’AI è un atto neutro, o può risultare in qualche misura penalizzante? Finché manca una scala condivisa che dica se e quanto quell’uso incida sulla valutazione, non è scontato che chi dichiara in modo più dettagliato venga considerato allo stesso modo di chi si limita all’essenziale. È una possibile distorsione che varrebbe la pena prevenire, e che probabilmente solo un’indicazione esplicita nel bando – su cosa dichiarare e con quale effetto sulla gara – può evitare.
Per approfondire
La rubrica settimanale “Architectural Prompting” è a cura degli esperti Luciana Mastrolia, Giovanna Panucci e Andrea Tinazzo
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11 Feb 2026 – 11 Feb 2027 Durata n. 9 ore
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