Ad ottobre 2025 il CNI, con l’annuale pubblicazione del report sull’esame di abilitazione relativo alle professioni di Ingegnere ed Architetti, ha raccontato di un crollo delle abilitazioni, generando successive interpretazioni diverse sulle reali motivazioni di ciò.
I numeri
I grafici rappresentati dal report CNI individuano, per gli ingegneri, la tendenza degli abilitati dal 1996 al 2024 (ultimi 26 anni), mentre, per gli architetti, le due linee indicano rispettivamente partecipanti e abilitati all’esame dal 2003 al 2024 (ultimi 21 anni).


Ebbene, guardando i soli dati sovrapponibili, si evidenzia che un effettivo calo delle abilitazioni è una costante per entrambe le professioni a partire dal 2003, anno di messa a regime della riforma universitaria del 3+2, fino al 2019, fatto salvo un leggero incremento nel 2006.
Solo gli anni della pandemia, cioè il 2020 e il 2021, hanno visto un’inversione di tendenza, con una rilevante crescita di partecipanti e abilitati, per poi ritornare ad un calo sempre più marcato tra 2023 e 2024, anno quest’ultimo con una modalità d’esame ibrida e intermedia rispetto al dettato legislativo, ripristinato poi nel 2025.
Se questi sono i numeri, andiamo ora ad analizzarne le effettive cause, provando ad allacciare ciò a specifici avvenimenti legati a università e professione.
Le cause del calo delle abilitazioni
Innanzitutto, il sistema delle lauree triennali e specialistiche, introdotto dal D.M. 509/99 e il successivo d.P.R. 328/2001 che hanno riformato profondamente prima l’università e poi, di conseguenza, la struttura degli ordini. Le riforme richiamate hanno cercato di modificare il sistema universitario con specifiche conseguenze anche sul mercato del lavoro, il cui risultato è stato che – come affermato da Riccardo Ruggeri su Zafferano – “Scuola e Università tendono a promuovere tutti con un titolo che, se è vero che dovrebbe fornire un accesso privilegiato al lavoro, è oggi distante anni luce dal valore delle lauree di oltre 60 anni fa e quindi dal quel ruolo di cuore, polmone e cervello della società stessa, che università e professioni hanno rappresentato, nel bene e nel male, per tanti secoli di civiltà occidentale”.
E i numeri delle tabelle richiamate parlano chiaro in tal senso: la formazione scolastica e universitaria prima, e la successiva riforma degli ordini, divisi in sezioni e settori, con in parallelo la riforma degli esami di stato caratterizzata da un incremento delle prove, sembra essere la causa primaria di questa disaffezione.
Ciò viene confermato proprio dall’incremento di abilitati tra 2020 e 2022, legato esclusivamente ad un esame facilitato dalla prova orale unica in remoto, che ha eliminato il problema di dover svolgere un tema progettuale, una relazione e un tema di cultura generale.
Peraltro i motivi di questo temporaneo incremento, analizzando le caratteristiche di chi frequentò in quel periodo i corsi di preparazione da me organizzati, sono per me evidenti. In moltissimi casi si trattava di vecchi laureati già inseriti nel mondo del lavoro a vario titolo, senza particolare esigenza di abilitazione, e quindi non disposti in precedenza a caricarsi di notevoli oneri per la preparazione che richiede l’esame con le molteplici prove introdotte dal d.P.R. 328/2001, ma che di fronte ad un esame facilitato, in un periodo di chiusure e limitazioni, approfittarono della cosa per chiudere un cerchio e conseguire l’abilitazione.
Quindi, forse, il tema della disaffezione nei confronti della libera professione e dell’abilitazione va ricercato altrove. Innanzitutto, nella scuola, che non forma più adeguatamente da decenni, cosa questa più volte denunciata anche a livello universitario, ma che non ha assolutamente visto, fino ad ora, interventi di modifica a questa declinante tendenza. La stessa società consumistica sembra aver tolto la capacità di resistere agli stress dati da un sistema formativo meritocratico, ed ecco quindi un decremento delle richieste di performance, a cui si aggiunge, come ulteriore pericolo, anche l’utilizzo indiscriminato della tecnologia e dell’AI, che certo non aiutano nell’allenamento delle facoltà mentali, generando un livello prestazionale sempre più basso.
E non dimentichiamo, inoltre, la crescita 0 legata alla natalità. Se non si fanno figli, come si può pensare che crescano i numeri di potenziali nuovi laureati e abilitati?
Andando poi ad analizzare aspetti più propriamente legati alla professione, sicuramente non hanno aiutato anche alcuni provvedimenti legislativi sempre legati al mercato, come l’eliminazione di tariffari minimi, che, unitamente ad una burocrazia sempre più asfissiante e spesso incomprensibile . almeno in edilizia e urbanistica – generano notevole disaffezione rispetto a certe professioni.
E forse, il fatto stesso che esistano troppi tecnici legati all’edilizia civile dove le competenze si sovrappongono – cioè architetti sez. A-B, ingegneri civili ambientali sez. A-B, geometri e geometri laureati, periti, ecc. – ha generato uno spostamento verso mestieri più remunerativi e soddisfacenti, perché se uniamo il numero di iscritti ad Ordini e Collegi provinciali delle suddette professioni, rispetto al numero effettivo della popolazione, ci troveremmo ad avere probabilmente un tecnico a famiglia allargata.
Ecco quindi che, se le professioni tecniche, a fronte di impegno e capacità, non garantiscono più la messa in moto dell’ascensore sociale di un tempo, senza quindi adeguate soddisfazioni in termini sia economici che professionali, perché si dovrebbero avere tendenze di crescita su tali professioni?
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