Il concetto e il significato di ponte termico sono rimasti nel tempo sempre piuttosto nebulosi. Sono state date (e si danno tuttora) definizioni ambigue o non proprio corrette.
È ciò ha alimentato quell’alone di mistero e di confusione che aleggia tuttora.
Definiamo un ponte termico come:
- la parte dell’involucro di un edificio in cui avviene una perturbazione del flusso termico e, quindi, dell’andamento delle isoterme, con conseguente modifica della temperatura superficiale interna e della portata termica;
- quella zona dell’involucro nella quale decadono le ipotesi di flusso termico monodimensionale in regime stazionario;
- siamo in presenza di ponte termico quando si determina una modifica della temperatura superficiale interna o del flusso termico.
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L’Ing. Sergio Pesaresi in questo articolo estratto dal volume , edito da Maggioli Editore, ci spiega perché alcune definizioni, anche normative e legislative, non sono corrette e possono generare confusione o ambiguità.
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Il ponte termico non è la variazione di resistenza termica
La norma europea UNI EN ISO 10211 “Ponti termici in edilizia. Flussi termici e temperature superficiali” definisce così il ponte termico:
3.1.1 ponte termico: parte dell’involucro edilizio dove la resistenza termica, altrove uniforme, cambia in modo significativo, per effetto della compenetrazione totale o parziale di materiali con conduttività termica diversa nell’involucro edilizio, e/o della variazione dello spessore della costruzione, e/o delle differenze tra le aree interne ed esterne, come avviene ad esempio in corrispondenza delle giunzioni tra parete, pavimento e soffitto.
La norma imputa quindi la formazione del ponte termico alla variazione della resistenza termica. Questa definizione non appare corretta; vediamo perché attraverso il cosiddetto “ragionamento per assurdo” che si adotta in fisica e in matematica.
Prendiamo il caso in figura 1 in cui la stratigrafia della parte di parete di destra è esattamente uguale alla stratigrafia della parete di sinistra, con l’unica differenza che risulta “ribaltata”, cioè ruotata sul suo asse.

In questa maniera la resistenza termica Rt delle due parti è esattamente la stessa per cui, secondo la norma, non si dovrebbe determinare un ponte termico. E invece dal risultato del calcolo agli EF riportato in figura possiamo notare che vi è perturbazione del flusso, delle isoterme e quindi modifica della temperatura superficiale interna e anche aumento della dispersione termica!
Si tratta a tutti gli effetti di un ponte termico!
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Un ponte termico non è la discontinuità dell’isolamento termico
Il d.lgs. 19 agosto 2005, n. 192 nell’All. A fornisce questa definizione:
32. ponte termico è la discontinuità di isolamento termico che si può verificare in corrispondenza agli innesti di elementi strutturali (solai e pareti verticali o pareti verticali tra loro).
La definizione di cui al punto 32 imputa la formazione di un ponte termico alla discontinuità di isolamento termico che si può verificare in corrispondenza degli innesti fra due o più elementi strutturali. Anche in questo caso la definizione viene contraddetta sia dall’esempio riportato nella fig. 1 precedente dove non ci sono innesti, non c’è discontinuità dell’isolamento, nel senso di diverso valore della trasmittanza U, e quindi non ci dovrebbe essere un ponte termico che invece c’è, sia nella successiva fig. 2 nella quale invece c’è sì un innesto (nel senso di variazione di direzione dell’asse della parete) ma non c’è discontinuità di isolamento termico per cui non dovrebbe esserci un ponte termico, che invece c’è.

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Foto:iStock.com/roman023
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